La via buddista
Avevo incontrato il buddismo circa dieci anni fa, in un periodo di profonda depressione in seguito al trauma del tradimento e dell'abbandono. Non che fosse un'esperienza nuova per me - avevo già vissuto quel trauma a 24 anni quando fui lasciata un mese prima delle nozze dal mio primo fidanzato per motivi analoghi- ma ogni volta, si sa, è la prima volta. Era il mio karma - questo termine era continuamente proferito dalle responsabili buddiste - ed io dovevo, anzi potevo finalmente cambiarlo, rompendo quella catena con anelli sempre uguali e dolorosi.
La prima cosa che imparai fu che ero io l'artefice della mia vita, perché se è vero che le azioni del passato danno forma alla realtà presente, è anche vero che le azioni compiute nel presente creano il futuro. E allora, da vittima passiva di un mondo di mostri, decisi di diventare protagonista.
Smisi d'autocommiserarmi e cominciai a recitare strani versi in giapponese, il Sutra del Loto, uno degli insegnamenti del Budda, senza conoscerne il significato e a fare daimoku, cioè a ripetere il mantra "Nam Myoho renge kio". Non capivo cosa pronunciassi, ma la pronunciavo e, tra una polemica e l'altra, oscillavo tra l'assoluto scetticismo e il bisogno di non essere più così razionale, così materialista, così perfezionista, così precisina, così sempre condiscendente, così insicura…così priva di un briciolo d'autostima. Insomma non mi accettavo né fisicamente né intellettualmente.
La psicologa della mutua mi aveva detto irritata: "Casi come il suo ce ne sono a iosa" e allora? Non sono forse un individuo unico che reagisce in modo unico, forse esagerato, esasperato, ma diverso dagli altri? Forse non era necessario aiutarmi ad uscire dal tunnel perché non avrei dovuto pagare fior di quattrini?
Non mi restava altro che fare daimoku e a forza di criticare i membri di quella "pseudosetta" scoprii con meraviglia che quella pratica funzionava, mi portava benefici, dapprima piccoli e invisibili, poi sempre più incisivi. Pensai: la fortuna dei principianti! Invece durò a lungo e più praticavo e più riordinavo dentro di me cassetti confusi e ne liberavo altri stracolmi e ne lucidavo alcuni specchiandomi come non mai! Cominciavo a sentirmi libera, a piacermi, a vedermi né meglio né peggio di tanti altri. Il mio" biogramma" che prima aveva picchi vertiginosi verso il basso, seguiti da altrettanti picchi in alto, divenne sempre meno frastagliato e sempre più moderatamente ondulato. Sarà stata suggestione? Effetto placebo? Che ben vengano, io finalmente iniziavo a star bene con me stessa!
A 24 anni avevo subito non solo il trauma del tradimento, ma anche quello della perdita di mio fratello, imprigionato tra le lamiere di una fragile 126, ucciso da un autista ubriaco. E da allora non avevo più pregato, anzi odiavo ogni forma di religione, rimproveravo ogni entità soprannaturale per la sua mancanza di pietà, giacché era stata stroncata la vita di un ragazzo di soli 26 anni, appena laureato e con tutti i suoi sogni irrealizzati.
La mia formazione scientifica prese il sopravvento e divenni agnostica e sempre più inaridita fino a quando non conobbi Teresa.
Durante gli esami di terza media, un'alunna mi regalò un portafortuna giapponese con l'immagine del Budda: nacque una conversazione gioiosa tra me e la collega che per tutto l'anno mi aveva evitato perché ero cupa e malinconicamente contagiosa. Pronunciò quel mantra che già anni prima avevo sentito ma che non mi aveva colpito per niente.
Adesso sì, ero pronta e andai al primo meeting dove un coro di decine di persone recitava in modo armonioso e soave quella frase. Mi pervase una gran calma e un desiderio irrefrenabile di staccarmi dal concreto e da quei criteri scientifici che erano diventati la mia unica fonte di verità.
Cominciai a leggere libri di filosofia buddista, in particolare "La vita mistero prezioso" di Daisaku Ikeda1, che mi aiutò a capire, a dare un significato alle morti precoci di anime pure, come quella di mio fratello: "Nel corso delle sue vite precedenti, Aldo aveva raggiunto una condizione spirituale talmente elevata che era rinato in questo mondo con l'unico scopo di poter influenzare positivamente gli altri, indicando il sentiero per la saggezza e l'illuminazione".
La sua morte non era più per me causa di sofferenza, non era la fine della vita ma l'inizio di una nuova esistenza necessaria per agire a beneficio degli altri.
Ecco, solo così trovai pace e accettai quel terribile incidente. Da allora mi riavvicinai al mistico, all'irrazionale, all'inesplicabile e non mi sentii più svuotata di energia.
Continuai per alcuni anni a praticare regolarmente con sincerità e determinazione, compiendo la mia piccola "rivoluzione": ero riuscita a superare la crisi della separazione, da mio fratello e dagli uomini che avevo amato.
È strano come la parola "crisi" in italiano sia usata solo col significato di "difficoltà o turbamento nella vita individuale e sociale". In realtà deriva dal greco e corrisponde a scelta, decisione, quindi cambiamento. In Cina per scrivere questo termine usano due caratteri: pericolo e occasione. Bellissimo binomio! Il pericolo è allo stesso tempo un'occasione per vincere, un trampolino di lancio per dare una svolta alla propria vita. Così imparai con la pratica buddista a sviluppare quella forza vitale necessaria per affrontare e risolvere le mie piccole e grandi "crisi" e per trasformare "il veleno in medicina".
1 Attuale presidente dell'organizzazione buddista "SOKA GAKKAI"
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