Da oggi vorrei condividere con voi le mie riflessioni sulle cause psico emotive della malattia, su cui ho indagato per diversi anni arrivando ad alcune conclusioni che vi svelerò a breve.
Adesso vi inserisco il primo capitolo del mio libro autobiografico che mi ha permesso di scacciare il demone della paura della malattia attraverso la scrittura catartica.
Eccolo!
Fumo o non fumo?
Tutto iniziò con Gaspare, santo romano a me sconosciuto, che periodicamente m'inviava richieste di aiuti economici per opere missionarie e che io puntualmente cestinavo. Ma quel giorno no, lessi il suo volantino e mi colpì un articolo di una signora che pur non conoscendolo l'aveva implorato di aiutarla a smettere di fumare. Lei non fumò più! Lo invocai anch'io, tanto non mi costava nulla, pregare è gratis. Io che non pregavo più nessun santo da anni gli chiesi la stessa cosa, senza precisare in quale modo farmi smettere. Così Gaspare ascoltò la mia preghiera. Ma che prezzo dovetti pagare!
Un mese dopo scoprii quello che di solito succede agli altri e che pensi a te non possa mai succedere: avevo un tumore.
Per circa due mesi il mio medico aveva cercato di convincermi che quel dolore lancinante alla scapola era frutto di tensioni muscolari da ansia. Si, l'ansia era la causa di tutti i miei problemi, l'ansia e il fumo. Accendendo e spegnendo sigarette in continuazione, senza mai aspirarle, finalmente mi liberai da quella schiavitù: eliminai tutti i posacenere, accendini e sigarette rimaste. Nelle ore consuete, quando mi scattava la voglia, cominciai a fare qualcosa di piacevole e gratificante e gradualmente mi riappropriai del gusto e dell'olfatto. Come un segugio, annusavo tutto, all'aria aperta seguivo scie magnetiche di soavi profumi, a colazione assaporavo il latte come non mai: una vera delizia! Quanto mi ero persa in tutti quegli anni!
Felice della mia conquista celebrai quel primo giorno di libertà come un evento speciale, il primo passo verso il rinnovamento.
Ma il pugnale alla scapola stava sempre lì fisso, trafiggendomi da parte a parte, irradiando un dolore pulsante dalla spalla al braccio. Mi crivellarono inutilmente con almeno 30 fiale intramuscolari di antinfiammatori, finché non feci la radiografia.
Vedere un'ombra sopra il mio polmone sinistro fu un trauma. Io, che uso termini scientifici da tanti anni perché li insegno, quel giorno non capii nulla della diagnosi, parole incomprensibili: linfoadenopatia e giù di lì.
"Lei respira?" - Mi chiese il vecchio radiologo incurante del mio stato confusionale - "Lei non dovrebbe respirare, ha la trachea deviata da una massa di ghiandole infiammate". Mi sentii gelare. Non era artrosi cervicale quella che mi impediva di dormire da più di un mese!
La TAC fu ancora più sconvolgente, si trattava di un linfoma ed era necessaria una biopsia. Tutte le parole con il suffisso "oma" fanno paura e quella non esisteva nel mio lessico scientifico. Decisi di cercarla in Internet per colmare quella grave lacuna e rimasi ancora più sconcertata. Pensai "Com'è bello essere ignoranti!". Non volevo saper altro. Disperata, mandai un messaggio ad una mia amica: "Sto male, ho un linfoma" e quella mi rispose: "Anch'io sto male, ho la pressione alta" e non la sentii più per mesi. Pietrificata, accettai che l'ignoranza non è poi una così grande sventura.
Vedere un'ombra sopra il mio polmone sinistro fu un trauma. Io, che uso termini scientifici da tanti anni perché li insegno, quel giorno non capii nulla della diagnosi, parole incomprensibili: linfoadenopatia e giù di lì.
"Lei respira?" - Mi chiese il vecchio radiologo incurante del mio stato confusionale - "Lei non dovrebbe respirare, ha la trachea deviata da una massa di ghiandole infiammate". Mi sentii gelare. Non era artrosi cervicale quella che mi impediva di dormire da più di un mese!
La TAC fu ancora più sconvolgente, si trattava di un linfoma ed era necessaria una biopsia. Tutte le parole con il suffisso "oma" fanno paura e quella non esisteva nel mio lessico scientifico. Decisi di cercarla in Internet per colmare quella grave lacuna e rimasi ancora più sconcertata. Pensai "Com'è bello essere ignoranti!". Non volevo saper altro. Disperata, mandai un messaggio ad una mia amica: "Sto male, ho un linfoma" e quella mi rispose: "Anch'io sto male, ho la pressione alta" e non la sentii più per mesi. Pietrificata, accettai che l'ignoranza non è poi una così grande sventura.
La sera del mio anniversario andai a vedere Zelig a Sesto. Claudio mi aveva convinto ad uscire e in effetti al teatro tenda riuscii ad immaginare di essere una donna ancora normale, sana, carina ed allegra che rideva e picchiava i piedi sul pavimento per applaudire come tante altre lì nella sala, una donna che aveva tanta voglia di vivere e di divertirsi. Una telecamera mi aveva fatto persino un primo piano: il mio viso lasciava trapelare qualcosa o era solo simpatico? Finito lo spettacolo, tornai a sentirmi in gabbia, prigioniera di quella massa che voleva spaccarmi a metà e che io in qualche modo avevo creato. Anche Gibran in "Il Profeta" scrive: "Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi. E' l'amara pozione con la quale il medico dentro di voi guarisce il vostro io malato". Ma perché?
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